lunedì 13 marzo 2017

Macchietta rossa


Poiché vedo che uno dei filoni polemici più floridi, riguardo la tre giorni del Lingotto, è su Renzi che manca di rispetto a quelli che salutano col pugno chiuso e cantano bandiera rossa, ora vi racconto una storia. La storia comincia quando avevo dodici anni, facevo i caffè al Festival de L’Unità e c’era il Partito Comunista Italiano. Ho cominciato allora e ho proseguito per venticinque anni: nel PCI, poi nel Pds, nei Ds, nel Pd. Ho fatto molte altre cose, qualcuna anche importante. E ho continuato a fare i caffè.

In quei posti ho conosciuto molti militanti, più anziani di me e più anziani di chi oggi rispolvera gesti e canzoni del PCI. Quelli che ti dicevano, coi lucciconi agli occhi, “io sono sempre comunista”, anche quando sentivano Occhetto o D’Alema spiegare quanto fosse necessario allontanarci da una storia gloriosa, ma terminata. Quelli che, per fare un complimento alla tua integrità o solidità di giovane politico e amministratore, ti dicevano convinti: “Tu sei rimasto l’ultimo comunista!”

Li ho conosciuti e ho voluto loro bene. Ho rispettato, non per condiscendenza o per compassione, la loro nostalgia. L’ho rispettata perché era una nostalgia non priva di capacità autocritica, che partiva dall’assunto della diversità del comunismo italiano rispetto alla tragica esperienza del socialismo reale, ma non rifiutava di fare i conti con la Storia. Molti di loro, semplicemente, si erano messi di lato: non sentendosi protagonisti di quel tempo, lasciando fare ai più giovani. E continuando a montare e smontare feste dell’Unità e a cuocere agnolotti.

Quei compagni, i pochi che sono ancora tra noi, hanno almeno novant’anni. Chi oggi di anni ne ha settanta, ha fatto la Bolognina da quarantenne. Chi è più giovane è arrivato allora, o dopo. Sciogliere il PCI è stato il loro primo atto politico da adulti: una delle poche cose buone che hanno fatto nella loro vita, anche se in modo incompiuto e contraddittorio.

Per questa semplice ragione, nessuno di loro ha oggi titolo per pretendere lo stesso rispetto - e nemmeno la medesima condiscendente tolleranza che hanno riservato per trent’anni ai più anziani nostalgici - se si mette a cantare bandiera rossa o a salutare col pugno chiuso, come atto politico e rivendicazione di identità.

Sono quello che appaiono: macchiette. E se si offendono, pazienza.

lunedì 27 giugno 2016

In teoria ci sarebbe una speranza

per il Regno Unito di uscire da questa crisi in modo onorevole. Basterebbe che il Labour sapesse schierarsi dalla parte di chi considera il "leave" un tragico errore, disegnando una prospettiva alternativa a quella di UKIP e della prossima, necessariamente "leaver", leadership dei Tories. 

Il Labour potrebbe mettersi alla guida del fronte del "remain" e potrebbe persino vincere le elezioni, contro due avversari che si spartirebbero il voto dei "leavers".

Ma il Labour di Corbyn, così come non ha saputo e voluto combattere fino in fondo la battaglia pro "remain", non è oggi in grado di assumere la leadership di quel fronte. 

Il perché lo ha spiegato oggi lo stesso Corbyn. Nella sua dichiarazione in difesa (https://www.facebook.com/JeremyCorbynMP/posts/10154332675153872), dopo le dimissioni di mezzo vertice Labour, c'è una frase-chiave riguardo alla linea del partito in vista dell'uscita dall'UE. È questa: "Labour will now ensure that our reform agenda is at the heart of the negotiations that lie ahead. That includes the freedom to shape our economy for the future and the necessity of protecting social and employment rights". Uscire dall'UE, offre al Regno Unito la libertà di dare forma all'economia: una sorta di benedizione. Il Regno Unito, libero dai lacci europei, tornerà a prima della caduta, a quando i laburisti erano al governo e facevano le cose di sinistra. Prima, molto prima di Blair, s'intende.

In queste condizioni, persino Boris Johnson - che non è esattamente la Thatcher - vincerà a mani basse. Old Labour, Old Danger... E comunque, date le premesse, vista da qua, dall'Europa, anche un'improbabile vittoria di questo Labour non autorizzerebbe a nessuna maggiore speranza, per noi come per loro.

sabato 25 giugno 2016

E ora chi glielo spiega...

ai grillini che per via della Brexit, da ottobre il Regno Unito avrà un premier non eletto dal popolo? Condividi!!!1!!1!!!11!!! Vergonia!!!!1!111!!!

La cosa più grave...

...è che gli Inglesi sono usciti senza salutare Virginia Raggi.

giovedì 12 giugno 2014

Quando Berlinguer non ci sarà più

Ieri ho guardato il film di Veltroni su Enrico Berlinguer. Non sono preparato per giudicarne la qualità cinematografica e non lo farò. So anche che “non si scherza coi santi”, quindi mi sono interrogato un bel po’ sull’opportunità di scrivere qualcosa in proposito. Però poi penso che bisogna dire la verità. Quindi scrivo.

Premessa, a proposito di santi con cui non si scherza: io avevo nove anni e ricordo benissimo quale travolgente onda di vera commozione e partecipazione popolare suscitò la morte di Enrico Berlinguer. Ricordo la gente che piangeva, quel giorno, davanti a una scuola elementare di un quartiere operaio, in una piccola città del nord. Ricordo in casa la televisione, costantemente accesa, in attesa del “bollettino medico”. Ricordo la diretta dei funerali da piazza San Giovanni. Ricordo di aver chiesto a mia madre, qualche settimana dopo, di comprarmi un libro su Berlinguer in vendita su un banchetto a una festa della FGCI. Ricordo, da quel libro, un brano di Roberto Benigni che si immagina luminare della medicina e sogna di salvare Enrico all’ultimo momento. Ricordo tutte queste cose e so che il PCI era, oltre che un partito, una meravigliosa comunità di donne e di uomini. Le ricordo perché ero parte di quella comunità. E come parte di quella comunità, ricordo che Enrico Berlinguer era quell’uomo onesto, integerrimo, gentile e serio che abbiamo conosciuto e che ci è stato raccontato.

È proprio così, ma aggiungo qualcosa. Perché a trent’anni dalla morte di Berlinguer, ancora nessuno ha avuto la forza e l’onestà intellettuale per raccontarne la vicenda storica, analizzando – anche – gli errori politici e i ritardi che segnarono quella stagione e la sua segreteria, specie nei suoi ultimi anni. Il film di Veltroni non fa eccezione.

Gli errori commessi in quegli anni dal PCI, seguiti da immancabili sconfitte (dalla marcia dei 40.000 al referendum sulla contingenza) vengono elencati e “spiegati” come effetto di una necessaria strategia di unità interna e di conservazione della “diversità” comunista: una linea di retroguardia perseguita con determinata ostinazione e destinata a produrre effetti tragici per molti anni a venire. Perché il PCI sarà pure morto – come conclude il film – nel giorno dei funerali di Berlinguer. Ma esso è sopravvissuto alla propria morte, arrivando tale e quale e “comunista” all’appuntamento che la Storia stava preparando. Perché unità e diversità sono rimaste per molti lustri, mentre si disfaceva l’apparato ideologico, le uniche ragioni d’essere di un partito che restava una meravigliosa comunità, ma era sempre meno in grado di incidere nella realtà italiana, almeno al livello nazionale. Perché questi miti fondativi – morto Berlinguer – sono diventati elementi di una retorica, tanto spesso contraddetta dai fatti, quanto potente nel tenere unite le truppe ed allontanare gli elettori.

La generazione di dirigenti politici che è succeduta a Berlinguer ha avuto responsabilità enormi, nell’uso strumentale della memoria e dell’apparato organizzativo del PCI-Pds-Ds allo scopo di mantenere la propria posizione e non mettersi – mai – in discussione. Sarebbe un atto di onestà intellettuale – almeno oggi che qualcuno, a sinistra, ha fatto meglio nelle urne del mitico PCI nella seconda metà degli anni ’70 – riconoscere certi errori, riflessi condizionati, ipocrisie.

Sarebbe anche meglio riconoscere che tutti quegli errori e quelle contraddizioni affondano le radici in una scelta di chiusura, di rifiuto della modernità, di sostanziale autosufficienza nella diversità che fu voluta e decisa dal gruppo dirigente del PCI nella prima metà degli anni ’80. E che fu un tragico errore.

Anche perché, persino oggi che il mondo è cambiato tre o quattro volte e c’è il Partito Democratico, i riflessi condizionati dettati da questa visione del mondo e della politica non cessano di produrre effetti.

Se cambiare la Costituzione è un “attacco alla democrazia”, se discutere di giustizia è “attaccare la Magistratura”, se chi prende il 41% dei voti è un mezzo traditore perché si rivolge a quelli che votavano dall’altra parte… Se tutte queste cose e tante altre si dicono e si pensano – e sappiamo che si dicono e si pensano, nelle chiacchiere e nel sentire comune di una parte di ciò che resta della nostra “meravigliosa comunità” – con il dovuto rispetto per la storia di noi tutti e per la nostra memoria collettiva, qualche parola di verità su quanto sbagliate siano state talune impostazioni, negli ultimi 35 anni, sarebbe venuto il momento di scriverla.

O almeno, sarebbe il momento di abbandonare l’utilizzo di certa retorica ai fini di qualche altra – ennesima – battaglia interna di retroguardia. Che poi, dire che Renzi è come Berlusconi, o meglio come Craxi (altro che Berlinguer...), riesce meglio ai 5 Stelle.

lunedì 19 maggio 2014

endorSonia

Come saprete, non sono candidato a queste elezioni. Ho trascorso 19 anni tra Consiglio Comunale e Giunta: un tempo lungo, segnato da soddisfazioni, qualche delusione, dalla certezza di aver fatto un buon lavoro nell’interesse dei Novesi. 

Dopo un tempo così lungo, ho ritenuto giusto farmi da parte lasciando spazio a persone nuove. So che non tutti sono disponibili a farlo, questo necessario passo indietro, anche se molti – prima di me – dovrebbero. Non so come la pensiate in proposito, ma se ritenete anche voi necessario un vero e profondo rinnovamento degli amministratori locali, vi suggerisco di guardare con fiducia e interesse – appunto – ai “volti nuovi” della politica locale. 

Tra i candidati più giovani per il Consiglio Comunale di Novi Ligure, alcuni hanno capacità e sensibilità non comuni e mi auguro avranno un ruolo importante per la Città nei prossimi anni. 

Tra di loro, voglio parlarvi di una persona, che stimo molto e a cui voglio bene. Sonia Biglieri è nata a Novi nel 1986. Si è laureata in filosofia all’Università degli Studi di Genova con una tesi su “Morte e immortalità tra Jaspers e Heidegger”. Scrive per vivere e vorrebbe vivere scrivendo. Come molti suoi coetanei, vive ogni giorno la difficile situazione dei giovani lavoratori precari, ma non molla e resta in Italia, con l’ambizione di costruire un buon futuro per sé e per tutti. 

Sonia Biglieri è una giovane donna di pensiero. Cioè, è una donna che pensa molto, riflette su tutto, studia e si documenta. Ma è anche una giovane donna decisa: quando si è fatta una ponderata opinione, la difende e la propone agli altri con incredibile convinzione. Questo fa di Sonia una persona capace di non essere mai settaria, sempre aperta al dialogo e al confronto costruttivo con tutti. Le invidio molto questa capacità di fermarsi – sempre – a discutere con chiunque e di saper trarre da tutte le opinioni qualcosa di buono e di utile.

Per questa semplice ragione, farà molto bene a Novi avere in Consiglio Comunale una persona come Sonia Biglieri. 

Allora e comunque la pensiate sui candidati a Sindaco, se votate a Novi Ligure, vi suggerisco di prendere in considerazione – per la vostra preferenza “femminile” – questa giovane donna intelligente, preparata e animata da una straordinaria passione civile. È anche una “renziana della prima ora”, ma questo è scontato per chi, come Sonia, ha fatto della ricerca del nuovo la cifra del suo stare in politica. 

Fate la croce sul simbolo del Partito Democratico e scrivete di fianco BIGLIERI (potete votare Pd e Sonia Biglieri anche se avete scelto un altro candidato Sindaco; inoltre, potete esprimere una seconda preferenza, purché ad un candidato di sesso maschile della stessa lista).

sabato 19 aprile 2014

Marubbi chi?

Me lo han mandato, il pezzo de La Stampa su Acos. Quello in cui chiedo perché a Novi non si possa discutere di privatizzare le società municipalizzate e scoppia uno scandalo. I tabu non si toccano. Nemmeno, per dire, il giorno che il mio presidente del consiglio dice che le municipalizzate - come Acos - dovranno passare da 8.000 a 1.000.
 
Mi è piaciuto l'amministratore delegato. Mauro (D'Ascenzi, non Moretti eh...) è "molto stupito": antica espressione del gergo post-comunista, che significa più o meno "Come ti permetti?".
Poi esprime due concetti.
Mi chiede perché non ho mai detto certe cose - precisamente: perché a Novi Ligure nessuno neppure discute di privatizzare le aziende comunali? Perché l'argomento è tabu? - negli ultimi cinque anni. Perché, caro Mauro, in questi anni ho fatto l'assessore in un'amministrazione che non aveva le privatizzazioni nel programma. E nella quale, per esempio, un utile di 9.000 euro era considerato indice di grande redditività per la farmacia comunale, motivo sufficiente per escludere a priori ogni ipotesi di vendita. 

In questi anni mi sono piuttosto dedicato - anche se non sempre i vertici delle aziende hanno gradito - a riportare scelte e decisioni nel posto dove si devono prendere: il consiglio comunale, dove risiede la volontà dei cittadini. Che sono i proprietari delle aziende comunali. Chissà se ci sono riuscito. So che questo protagonismo della politica - quella che rappresenta i cittadini, non quella che si fa in tre chiusi in qualche stanzino - ad alcuni non è piaciuto. Te compreso, Mauro. Pazienza. Sarà un vostro problema: le leggi e le indicazioni della Corte dei Conti guideranno le scelte dei prossimi amministratori. Se necessario, loro malgrado. 
Comunque, qualche indirizzo chiaro il consiglio comunale lo ha pure dato. Da ultimo, pochi mesi fa, quello che dice alle società partecipate di ridurre gli stipendi dei loro dirigenti (più alti, in qualche caso molto più alti, di quelli dei dirigenti del Comune). Acos ha fatto qualcosa, in proposito? Dovrebbe.
Mauro nota poi che a decidere saranno "i sindaci" e rileva come io non sia "candidato". Ora, che per esprimere un'opinione si debba essere candidati è piuttosto singolare. Specie se a dirlo, mentre esprime un'opinione, è chi non si candida da almeno trent'anni... E semmai il problema - anche per i candidati - è averne di opinioni. E di programmi.
Comunque, la questione è un'altra. Perché dire che decideranno "i sindaci" (leggi, se la matematica non è un'opinione: il sindaco; quello di Novi, che ha la maggioranza assoluta di Acos) è l'esatto contrario di quello che ho spiegato prima. Significa che la decisioni si prendono in tre, chiusi da qualche parte, che il consiglio comunale non conta nulla, che il sindaco può andare una volta all'anno in assemblea a dire come la pensa. Insomma, che basta avere il sindaco giusto... Non funziona così. Non dovrebbe funzionare così: la legge e la Corte dei Conti ci dicono che non funziona così. 

Malgrado tutto, dovrete fare i conti con questo e con le novità di ieri: da 8.000 a 1.000 partecipate comunali. Finalmente. Buon lavoro.

martedì 1 aprile 2014

Le idee sono di chi le condivide

Un bilancio tecnico, come quello che ci siamo impegnati a presentare al Consiglio Comunale in tempo utile prima della scadenza del mandato, è la cosa giusta da fare per consegnare alla prossima amministrazione un quadro ordinato e chiaro delle risorse disponibili, degli impieghi obbligatori, di quelle spese legate a contratti pluriennali che - pur non essendo obbligatorie in senso stretto - non possono essere riviste nel breve periodo. Un bilancio, dunque, in grado di sorreggere il normale funzionamento dell'Ente, in attesa che le scelte programmatiche della nuova amministrazione possano tradursi in maggiori o minori entrate, maggiori o minori spese. Un bilancio tecnico non contiene quindi scelte di natura politica, relative all'allocazione delle risorse tra impieghi differenti, se non quelle imposte o suggerite dalla più recente evoluzione normativa, che sarebbe segno di ignavia non voler introdurre già in questa fase, per gli effetti molto significativi che la loro mancata adozione avrebbe sulle tasche di alcune categorie di contribuenti. Analizzerò subito queste poche, ma significative scelte, per dedicare qualche attenzione ad aspetti più generali e di prospettiva: un tipo di discorso che ritengo sia, non solo consentito, ma addirittura doveroso mentre si discute dell'ultimo bilancio di previsione di questa amministrazione. Il recente decreto del Governo sulla Tasi ha in parte sanato gli effetti paradossali e negativi del nuovo tributo. La Tasi è - fuori da ogni discussione - l'IMU sulle abitazioni principali. Ne è purtroppo una versione peggiorata perché - a dispetto di un'aliquota apparentemente inferiore: dall’1 al 2,5 contro 4 - l'assenza di detrazioni produce un esborso complessivo superiore a quello dell'IMU e una distribuzione del carico fiscale più spostata verso gli immobili di minor valore. Il decreto ha dato la possibilità di aumentare le aliquote, utilizzando il maggior gettito esclusivamente per rimettere qualche detrazione. Le scelte che vadano in questa direzione non hanno e non possono quindi avere effetti, né positivi né negativi, sugli equilibri complessivi del bilancio. La cui bozza, infatti, è sostanzialmente quadrata da oltre un mese. L'ipotesi di agire sulle aliquote per gli immobili diversi dall'abitazione principale si scontra con ragioni di opportunità (una parte del carico andrebbe sugli eventuali inquilini) ed è comunque preclusa, almeno in questa prima fase, dalla mancanza di una base dati completa per la sua concreta applicazione. Quanto alle abitazioni principali, il nostro bilancio potrebbe quadrare con un’aliquota uguale per tutti al 2,3 per mille, che garantirebbe un gettito di poco inferiore ai 2 milioni. Portandola al 3,3 per mille, otteniamo un extra gettito sufficiente a garantire la creazione di una soglia di esenzione e di una detrazione fissa per tutti gli immobili destinati a prima casa. Quindi, per tutte le abitazioni principali con rendita catastale fino a 300 euro, la tassa non sarà dovuta. Mentre, per tutte le altre abitazioni principali, si applicherà una detrazione di 90 euro. In questo modo, si riequilibra il peso, spostandolo verso le abitazioni di maggior valore. Resta il fatto che, nostro malgrado, la tassazione sulla prima casa sarà per molte famiglie superiore a quella del 2012. Ovviamente, l'auspicio è che tale aumento sia compensato da riduzioni di imposte statali, finanziate con la riduzione dei trasferimenti dello Stato ai comuni. Va detto che ciò sta accadendo, almeno a favore dei lavoratori dipendenti. In ogni caso - e di questo parleremo tra poco - l'insieme di tasse, imposte e tariffe comunali è oggi un peso molto elevato, sia sulle famiglie che sulle imprese. Lo è soprattutto in quei comuni che, non avendo tenuto i conti in ordine, sono costretti ad usare al massimo ogni leva finanziaria. Lo è di meno laddove, come qui da noi, una gestione attenta e un'opera di profondo risanamento del bilancio, hanno consentito di ridurre la pressione fiscale complessiva. E tuttavia, il peso che grava su famiglie e imprese, persino a Novi, è oggi spesso difficile da sopportare. Questo vale per le tasse, ma anche per le tariffe dei servizi, che peraltro in questi anni non abbiamo mai aumentato. Questo ragionamento porta con sé una riflessione più generale sul concetto di "tariffa" e di "servizio a domanda individuale". In un afflato aziendalista spesso rivolto solo verso l'utenza, abbiamo assistito all'imporsi di una retorica della tariffa, che vorrebbe ricondurre il prezzo di ogni servizio pubblico al suo utilizzo da parte del singolo cittadino. In questo ambito noi possiamo farci vanto di quello che talvolta ci è stato rimproverato come un ritardo: non abbiamo mai trasformato la tassa rifiuti in tariffa, evitando tra l'altro quel giochino sul 10% di Iva che ha surrettiziamente aumentato le entrate per molti comuni e che - giustamente - è stato poi cassato dalla Suprema Corte. Oggi con l'introduzione della Tari, che ancora una volta si presenta sotto sembianze di tariffa, il nostro sforzo è inteso a ridurre al minimo, nei limiti del possibile, lo spostamento del carico verso le famiglie e, tra queste, verso le più numerose. Il “metodo normalizzato” per la determinazione delle aliquote impone la definizione di una quota variabile di prelievo, necessariamente collegata alla propensione delle diverse categorie di contribuenti a produrre rifiuti e – tra le famiglie – al numero di componenti il nucleo. Nella definizione delle tariffe, gli uffici hanno fatto ogni sforzo per ridurre gli effetti distorsivi della nuova impostazione, pur nel rispetto degli stringenti vincoli normativi. Un’applicazione completa dei nuovi parametri è peraltro tecnicamente impossibile, almeno nel brevissimo periodo, senza un significativo aggiornamento degli strumenti software disponibili, soprattutto con riguardo alle utenze non domestiche. Gli uffici ritengono comunque conforme al comma 652 della Legge di Stabilità definire tariffe al metro quadrato in base alla qualità e quantità di rifiuti mediamente prodotti dalle diverse categorie di contribuenti. Questo è quanto proponiamo oggi all’attenzione del Consiglio Comunale, con lo spostamento necessitato di una limitata quota di gettito verso le case di civile abitazione, che produrrà un aumento dell’aliquota al mq nell’ordine del 7%. Su questo punto e sul regolamento che questa sera approviamo sarà comunque opportuno ritorni la nuova amministrazione, sia per una più approfondita disamina della situazione e delle opzioni disponibili – anche alla luce di ulteriori approfondimenti, che saranno possibili dopo un necessario adeguamento degli strumenti software disponibili – sia per introdurre eventuali correttivi, basati su diverse opinioni o priorità che i nuovi amministratori vorranno indicare. La fissazione della prima scadenza di pagamento, sia per la Tasi che per la Tari, al 31 Agosto crea le condizioni temporali perché questo ulteriore approfondimento possa essere svolto dalla nuova amministrazione e conferma come questa amministrazione – a dispetto di qualche critica malevola e poco informata – stia facendo tutto il possibile per non mettere la prossima di fronte a fatti compiuti non modificabili. D’altra parte, le conseguenze di un eventuale ritardo nell’avviare e concludere queste necessarie verifiche da parte dei nuovi amministratori non potranno essere addebitate alla mancata – perché oggettivamente impossibilitata – definizione di un quadro completo e definitivo da parte nostra. Va anche sottolineato come un eventuale rinvio dell’approvazione del regolamento, teoricamente possibile fino al 30 Aprile prossimo, rischierebbe di far slittare tutto a dopo le elezioni, se dovesse intervenire nel frattempo un, peraltro probabile, ulteriore spostamento della scadenza di legge per l’approvazione dei bilanci di previsione. Negli ultimi cinque anni abbiamo percorso un tragitto difficile e accidentato, ma non privo di soddisfazioni e - ciò che più conta - di risultati. Quando cinque anni fa portammo all'attenzione del Consiglio Comunale un bilancio consuntivo in pesante disavanzo, qualcuno chiese le mie dimissioni. Era un atteggiamento comprensibile: se quel bilancio fosse stato, non una scelta di totale trasparenza e di completa disclosure della situazione in essere, quale in effetti era, ma l'esito non desiderato di circostanze obbligate, sarebbe stato più che legittimo pensare che quel disavanzo fosse solo la punta di un ben più grande iceberg. Dicemmo in quella sede che da lì iniziava un lavoro di risanamento dei conti del Comune, che avrebbe tenuto conto delle proposte e dei suggerimenti di tutti. Chiudemmo la stalla, quel giorno, prima che i buoi ne uscissero. Cinque anni fa, non mancarono critiche al sottoscritto e al Sindaco, per un approccio troppo prudente alla gestione finanziaria del Comune. Qualcuno ci spiegava che mentre noi ci dedicavamo all'austerity - persino in campagna elettorale! - altri comuni continuavano a spendere e spandere, senza farsi troppi problemi. Alla fine avrebbero avuto ragione loro, ci dicevano… Il tempo, come sempre galantuomo, si è incaricato di rimettere ognuno al proprio posto. Per il passato, per il presente e per il futuro. La scelta di imboccare la strada di un vero e profondo risanamento non era dettata solo da fattori contingenti, ma era l'esito di un'analisi di lunga prospettiva: il tempo della spesa allegra, di un malinteso primato della politica, che si disinteressa delle compatibilità finanziarie, era terminato definitivamente. Quel tempo - di cui in Italia tutti oggi paghiamo le conseguenze - era ed è strutturalmente concluso: non tornerà, né oggi né mai. Coltivarne il ricordo e prospettarne il ritorno, anche sotto mentite spoglie, significa prendere in giro i cittadini o - peggio - creare le condizioni per sfracellare il Comune contro il primo scoglio, durante la prima tempesta. Il risanamento è stato vero e strutturale, perché abbiamo aggredito le contraddizioni del nostro bilancio con determinazione e muovendoci - tutti insieme - nella stessa direzione. Abbiamo ridotto di due terzi i residui attivi e passivi, riconducendoli a un valore fisiologico. Abbiamo ridotto al minimo la spesa discrezionale, che aveva raggiunto livelli talvolta patologici e comunque del tutto incompatibili con un duraturo equilibrio del bilancio. Abbiamo ridotto il debito di oltre sei milioni di euro, diminuendo la spesa annuale per il rimborso e il pagamento degli interessi. Abbiamo agito sulle spese energetiche, anche con lungimiranti scelte di riduzione dei consumi e abbiamo diminuito progressivamente le spese di personale. Queste scelte, perseguite con determinazione, hanno reso possibile il risanamento dei conti, anche in un contesto normativo ballerino, permettendoci di contenere e ridurre la pressione fiscale sui cittadini. Le cose non succedono per caso e ogni scelta ha le sue conseguenze: per diminuire le tasse, bisogna ridurre la spesa; per aumentare la spesa, bisogna trovare le risorse. Non ci sono scorciatoie e questo vale per il passato come per il futuro. Il bilancio che presentiamo questa sera, così come quelli degli ultimi anni, è riassumibile in alcune semplici cifre. La loro analisi per grandi voci è un punto di partenza imprescindibile per discutere di cosa si può e cosa non si può fare, oggi e per il futuro, dato l'attuale livello della pressione fiscale locale. Chiarito che non esistono forzieri pieni di dobloni nascosti in qualche scantinato del Comune, il contenimento della spesa resta la via maestra per liberare risorse. Gli spazi di questa riduzione - sempre possibile - vanno ricercati in un'analisi precisa delle singole voci, distinguendo quelle comprimibili nel breve periodo - assai poche - da quelle che possono sempre essere ridotte ma, come minimo, in un orizzonte temporale di maggiore respiro. Sappiamo per nostra diretta e quotidiana esperienza che il volume degli "sprechi" e delle "spese discrezionali", dopo le sforbiciate che abbiamo dato in questi anni, è assai esiguo. I numeri del bilancio ci confermano questa circostanza, solo a volerli leggere con un minimo di attenzione. Il totale della spesa corrente raggiunge nel 2014 i 27 milioni di euro. Questi sono impiegati: 8 milioni per il personale 5 milioni per il servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti 3,9 milioni per partite di giro (in particolare il trasferimento al fondo statale di perequazione fiscale), per garanzie e fondi rischi 3,1 milioni per utenze, gestione calore, illuminazione pubblica 1,6 milioni per il funzionamento del Comune (imposte, tasse, assicurazioni, indennità, elezioni,…) 1,3 milioni per interessi e rimborso dei mutui 1,3 milioni per la mensa e i nidi (escluso il personale) 1,1 milioni per servizi sociali e scolastici 0,6 milioni sono spese finanziate da contributi esterni a destinazione vincolata 0,6 milioni per manutenzioni 0,3 milioni per la gestione degli impianti sportivi 0,2 milioni per il turismo 0,1 milioni per la neve 0,1 milioni per il canile Le consulenze sono praticamente a zero, le spese di rappresentanza valgono poche migliaia di euro, le spese discrezionali non esistono, se non tra quelle finanziate con contributi e sponsorizzazioni da soggetti terzi. Realtà che vengono spesso presentate come voraci assorbitrici di risorse valgono – in termini di costi effettivi – poche decine di migliaia di euro: il Museo dei Campionissimi non costa più di 100.000 euro all’anno, le indennità di tutti gli amministratori non superano i 145.000 euro, i contributi a soggetti terzi non coperti da finanziamenti esterni valgono poche migliaia di euro. Insomma, tutte cifre che, se anche venissero azzerate, potrebbero essere facilmente assorbite da una nevicata copiosa o da un qualunque altro, anche minimo, imprevisto. Tutto questo per dire, ribadire e sottolineare che la spending review è una pratica fondamentale, ma che – in questo Comune – è già stata praticata con determinazione. E che quindi, la strada dei tagli “facili” e indolori non esiste. Lasciando da parte quelli dolorosi, restano i tagli difficili, vale a dire quei risparmi che possono essere conseguiti seguendo con coerenza indicazioni chiare e determinate. Guardando alle grandi voci che ho citato, vale la pena fare qualche banale esempio. La raccolta e lo smaltimento dei rifiuti costano 5 milioni, interamente coperti dalla relativa tassa: se riduci la spesa, riduci anche la pressione fiscale. Le spese di personale valgono un terzo del bilancio: se continui a ridurle come abbiamo fatto in questi anni, liberi risorse per altri impieghi. Le partite di giro, i fondi rischi e le garanzie non si toccano. Il rimborso dei mutui e gli interessi valgono poco in confronto ad altri comuni e sono diminuiti in questi anni, perché non abbiamo fatto nuovi mutui: se si faranno nuovi mutui, questa voce aumenterà, in ragione di circa 100.000 euro all’anno per ogni milione di nuovi debiti. E il rispetto del patto di stabilità interno rischierà di trasformarsi in una chimera. Ecco, il patto di stabilità interno è un elemento chiave da considerare, ogni volta che si discute degli equilibri di bilancio di un comune. Ragionare sul totale di entrate e spese, senza considerare il saldo necessario per il patto di stabilità, significa operare con la più assoluta miopia, perché le conseguenze del mancato rispetto si pagano – salate – l’anno successivo. Restiamo sull’esempio di un mutuo da un milione di euro e analizziamo il caso concreto: nel 2012 questo Comune ha rispettato il patto per circa 300.000 euro. Ammesso di riuscire a spalmare il pagamento dell’opera finanziata con l’ipotetico mutuo, quel milione sarebbe sufficiente a far saltare il patto di stabilità per almeno tre anni. Ancora, il 2012 si è chiuso con un avanzo di gestione di 800.000 euro, ma appunto il patto è stato rispettato per “soli” 300.000 euro. Questo significa che le vigenti regole di finanza locale ci impongono un avanzo di gestione strutturale. Perché, se avessimo speso le risorse avanzate – come può suggerire chi ha vissuto in altri, meno complicati periodi storici – avremmo bucato il patto di mezzo milione. Con la conseguenza, a parte il taglio delle indennità degli amministratori, di una riduzione di pari importo dei trasferimenti statali per l’anno successivo. Va da sé, infine, che questo necessario avanzo strutturale può essere letto in due direzioni opposte: qualcuno può vederlo come un surplus di risorse richieste ai cittadini – da restituire quindi e prontamente nel caso di significative modifiche normative, che allentino i vincoli del patto di stabilità interno – qualcun altro può considerarlo una mancata spesa, da ripristinare in caso di norme meno restrittive. Come la penso io in proposito è chiaro, ma conta poco. Come la pensate voi e come la pensano coloro che si contenderanno la guida della Città nelle prossime settimane credo sia assai più interessante per i cittadini. La gestione del “Gruppo Comune”, cui tanta attenzione abbiamo dedicato negli ultimi anni, rappresenta oggi e per il futuro un passaggio chiave per il governo dei servizi e della Città. Le più recenti novità normative, che trovano riscontro nell’ultima nota della Sezione di Controllo della Corte dei Conti, impongono un controllo ed una capacità di indirizzo completamente nuovi da parte dell’Ente nei confronti delle società da esso controllate. La nomina, magari la sostituzione, degli amministratori o qualche discussione sui bilanci consuntivi delle società non è sufficiente ad integrare questa nozione di controllo. D’altra parte, come abbiamo più volte sottolineato, la necessità di ricondurre le aziende del gruppo ad un effettivo ed efficace potere di indirizzo del Comune non è – solo – il portato di cogenti impostazioni normative. Se consideriamo che una parte consistente dei costi del Comune (pensiamo alla gestione dei rifiuti, alla gestione calore, al trasporto pubblico locale) sono riconducibili a rapporti contrattuali che coinvolgono aziende del gruppo e che alla pressione fiscale locale si affiancano per i residenti i costi di utenze che, in massima parte, sono gestite ed erogate da aziende del gruppo, non può sfuggire a nessuno quanto critico e fondamentale diventi il ruolo di indirizzo del Comune. Questo, nella forma diretta del controllo proprietario, almeno fino a quando si ritenga necessario ed opportuno il mantenimento di tali società e servizi nell’ambito del controllo pubblico locale. Soluzione che non è scontata, non è obbligata da nulla e da nessuno ed il cui superamento potrebbe invece aprire prospettive inedite e straordinarie, anche sotto il profilo finanziario, per affrontare la maggior parte dei problemi attuali e prospettici della nostra comunità. Non esistono pasti gratis e spesso anche il non decidere ha un suo prezzo. In conclusione lasciatemi dire che - se a Roma si sostiene che il risanamento dei conti pubblici non lo facciamo per la Merkel o per la BCE, ma per i nostri figli - allo stesso modo il risanamento del nostro bilancio non lo abbiamo fatto perché ce lo ha chiesto la Corte dei Conti o per non sentirci ricordare ogni volta dal presidente Accili quanto alto fosse il livello dei residui. Lo abbiamo fatto perché come cittadini italiani conosciamo tutti bene, sulla nostra pelle, le conseguenze di una politica che per anni ha agito disinteressandosi delle compatibilità finanziarie. E perché, come amministratori, abbiamo sperimentato quanto sia difficile dare risposte alla Città e realizzare qualche obiettivo se i conti non sono in ordine. La generazione di cittadini e di amministratori cui appartengo conosce fin troppo bene questa realtà. Sa che non esiste nessun ciclo “spesa - risanamento - nuova spesa” e che aver risanato i conti non consegna alla prossima amministrazione nessun particolare e comodo spazio di manovra finanziario. Sa che non si può deviare da un rigoroso controllo dei costi, se non con conseguenze negative per tutti. Sa che chi ha proposto in passato audaci teorie di “keynesismo comunale” ha finito per produrre disastri senza precedenti. Nel momento in cui ci apprestiamo a consegnare un’eredità di conti risanati e riequilibrati, possiamo solo auspicare che la nuova generazione di amministratori che prenderà il nostro posto tra qualche settimana si dimostri altrettanto consapevole.

domenica 3 novembre 2013

Non ci casco

Mi stanno spiegando da due giorni che questa vicenda del Ministro Cancellieri che telefona per intercedere a favore della signora Ligresti, detenuta e malata, per favorirne la scarcerazione è diversa da come la ho capita io. Mi dicono che l’umanità viene prima della politica, che non c’è nulla di male ad intervenire a favore di una persona in difficoltà. Nessuno mi ha ancora detto che si tratta, tra le altre cose, di un dovere cristiano. Ma mi aspetto accada presto.
Ci ho pensato molto. Mi hanno anche detto che la Cancellieri è intervenuta per altri detenuti, che si è occupata del caso di Cucchi, la cui famiglia le è molto grata per questo. Mi dicono che spiegherà in Parlamento e che non bisogna affrettare il giudizio.
Mi dispiace, non ci casco. Se il Ministro spiegherà di non avere mai fatto quella telefonata “ad personam”, ok. Se non dirà questo, a mio avviso si deve dimettere.
Io penso che la politica sia quella cosa facendo la quale si cerca di migliorare la vita di tutti. Chi fa politica e soprattutto chi governa, a tutti i livelli, non deve risolvere i problemi dei singoli cittadini, non ha il compito di affrontare “casi umani”. Chi fa politica e chi governa deve cambiare le cose, in modo che non ci siano “casi umani” da affrontare e risolvere. Questo, se non per ragioni etiche, per un motivo assolutamente pratico: non tutti i “casi umani” possono essere risolti con un intervento ad personam. Anzi, molti casi non arrivano nemmeno all’attenzione di qualche governante che abbia il potere, o una qualche influenza, per risolverli.
Qui nasce il problema e qui sta il nocciolo della questione. Perché qui conta chi sei, quali conoscenze hai, con quale facilità riesci ad ottenere le attenzioni del governante di turno, sia esso un assessore di paese o un Ministro della Repubblica.
E qui sta pure il succo di una vicenda che, per come la si rigiri, continua a somigliare a quella scena in cui il Marchese del Grillo se ne va libero, perché “io so’ io e voi nun siete un cazzo”. Verrebbe da citare Nanni Moretti, col suo “Ve lo meritate, Alberto Sordi!”, non fosse che non c’è proprio niente da ridere. Specie se qui e ora – intendo proprio qui in Italia e oggi – la differenza tra chi è qualcuno e chi non lo è significa uscire o restare a marcire in galere sovraffollate, rischiando la pelle.
Quindi non ci casco. E nemmeno accetto la morale sul “senso di umanità” da chi in questi anni non ha speso una parola o un gesto per risolvere concretamente il tragico problema delle carceri italiane. Un problema che proprio dalla custodia cautelare in carcere si dovrebbe cominciare ad affrontare. Per tutti, anche per la signora Ligresti. Anche per i parenti di quei disgraziati che ogni fine settimana vedi davanti a San Vittore, senza agende fitte di numeri importanti, per entrare a trovare i propri cari detenuti.
E si capisce che l'esistere e il resistere di tanto evidenti differenze tra "chi può" e "chi non può" è la ragione principale del disprezzo di molti cittadini verso la politica e verso "il potere".

giovedì 10 ottobre 2013

Galere. E fascisti

Quando ero ragazzo ho imparato a essere garantista. Perché le carceri erano piene di poveracci e perché chi è poveraccio ha molte più probabilità di finire in galera rispetto a chi non lo è. Intanto, perché più difficilmente troverà un modo onesto per farsi strada o anche solo per tirare avanti, poi perché i poveracci non possono scegliersi i migliori avvocati. Essere garantisti è di sinistra, essere giustizialisti è di destra… “Ci hanno insegnato la meraviglia verso la gente che ruba il pane, ora sappiamo che è un delitto il non rubare quando si ha fame”.
Tutta la storia umana sui delitti, le pene e le galere ci racconta una realtà inconfutabile: in dittatura o in democrazia, coi re o con le repubbliche, quanto maggiore è la propensione a rinchiudere chi si comporta male“buttando via la chiave”, tanto più alta è la quota di poveracci e disgraziati che finiscono “dentro”. Il caso degli Stati Uniti – che sono e restano una grande democrazia – è emblematico al riguardo: basta guardare le statistiche sulla popolazione carceraria di quel Paese per etnia. E non essere razzisti, ovviamente.
La violenza verbale con cui è stato accolto il messaggio alle Camere del Presidente Napolitano sulla situazione carceraria da parte dei grillini mi ha colpito. Dirò di più: sconvolto. Una serie di insulti e di contumelie, di sospetti (infondati, inconsistenti, quindi falsi e creati ad arte) e di intemperanze lessicali che ricordano – l’ho scritto e lo ripeto – la peggiore violenza verbale di stampo fascista. Tanto più violenta, volgare e fascista perché riguarda le galere. E i disgraziati che ci “vivono”dentro.
Da un movimento che si pretende particolarmente vicino al Popolo, ci si aspetta un’attenzione particolare proprio nei confronti dei più deboli. Tra questi, i detenuti (molti in attesa di giudizio, molti in galera per piccoli reati di droga, ben pochi per i tanto polemizzati crimini “da colletti bianchi”) sono i meno difesi. Essi, per chi pensa male delle istituzioni al punto da insultare apertamente il Capo dello Stato, dovrebbero essere oggetto di particolare attenzione e tutela. Proprio perché di quelle istituzioni – pretese ingiuste, corrotte e cattive – sono quotidianamente alla mercé.
Sulla mia bacheca di Facebook, si sono dati convegno ieri – da mezza Italia – un certo numero di militanti grillini. Tutti offesi per l’uso della parola “fascisti”, hanno esposto con vigore e puntualità il loro punto di vista. Sulle carceri e su chi dovrebbe finirci. Tralasciando gli insulti e alcune altre amenità, pubblico qui di seguito un piccolo florilegio di affermazioni grillesche, leggendo le quali ciascuno potrà farsi un’opinione.
Ah, tralascio anche di ricordare che darsi convegno in trenta a casa di qualcuno (tale è una bacheca di Facebook, per quanto pubblica) per insultarlo tutti insieme, un tempo lo chiamavamo “squadrismo”.

Sui politici e sulla giustizia del Popolo:“Per me vale ancora il TUTTI A CASA ... e se è possibile anche in carcere”.
Sull’esistenza o meno dell’emergenza carceri: “Com'è che di emergenza carceri ne parlate solo da quando molti di voi le stanno vedendo dall'interno, cioè dal 92? Anche prima esisteva, ma mai ne avevate parlato”.
Sul perché uno è garantista: “E' un mondo al contrario, adesso chi vuole i criminali in galera è un fascista. Ma in realtà chi vuole svuotare le carceri è solo perchè sa di avere qualcosa sulla coscienza lui e i suoi amichetti”. Se vuoi carceri decenti è perché temi di finirci tu.
Ancora sull’emergenza che non esiste:“Il problema carceri serve per far uscire tutti i delinquenti piddini e pidiellini quando serve...”
Infine, sublime: “Zero amnistia e indulto...non facciamo più arrivare barconi e i pomodori li facciamo raccogliere ai carcerati in sovrannumero e agli assessori”.
L’ultimo, in particolare, per dimostrare di non essere fascista, ha preso la tessera dei Khmer Rossi: rieducazione attraverso il lavoro nei campi, per i nemici del Popolo. Che dite, c’è da preoccuparsi?

Post Scriptum: ieri il M5S diceva di avere proposte interessanti per risolvere l’emergenza carceri senza amnistia (magari le stesse che fino alla settimana scorsa si potevano appoggiare sottoscrivendo i referendum radicali; quelli che io ho firmato e loro no…). Ma questo rende ancor meno comprensibile l’attacco sguaiato al Capo dello Stato. Il quale ha invitato il Parlamento ad affrontare e risolvere un problema: se ci sono soluzioni diverse, chi sta in Parlamento le proponga. Questo ieri, quando il M5S aboliva il reato di clandestinità. Oggi hanno cambiato idea. O meglio, hanno parlato Grillo e Casaleggio e il reato di clandestinità (che riempie le galere) deve rimanere.
Quelli che si offendono se gli dai dei fascisti, si guardino piuttosto intorno e si chiedano se sono davvero con la compagnia giusta. Sveglia, neh!

domenica 15 settembre 2013

Sul leaderismo

Ieri sera ho ascoltato un discorso di Pierluigi Bersani. Siccome la compagnia era buona, ho resistito fino in fondo. Il nocciolo delle argomentazioni è la polemica contro il "leaderismo".
Il Pd è un collettivo, non abbiamo bisogno di leader carismatici, che hanno già fatto troppi danni in questi venti anni. "Io sono uno di tanti" - ci spiega Bersani - e prima viene il Partito. Dice Berlusconi, ma parla di Matteo Renzi. Pensa che il "popolo" sia - ancora - disposto a bersi questo accostamento fuori dal mondo. Sbaglia, come dimostrano i bagni di folla che accompagnano il tour di Renzi nelle feste del Pd. Ma il punto non è questo.
Il punto è che poi qualcuno che non ti aspetti, sfrutta l'opportunità di essere di fianco a lui sul palco per fargli un attacco che nemmeno il peggiore degli avversari. In questo caso, la vice-sindaco bersaniana di Milano De Cesaris: partendo dall'offesa per aver atteso un'ora prima di avere la parola, ha attaccato Bersani su tutta la linea. Lo ha smontato, o almeno ci ha provato. La danno in partenza per altri lidi, aggrappata al "carro del vincitore". Ma il punto non è neppure questo.
Il punto è che questa scena - francamente squallida - mostra plasticamente quanto e in quale modo il Pd di Bersani sia stato "partito del leader": un luogo nel quale il capo si ergeva - e si reggeva - sulle correnti in equilibrio. Nel quale l'adesione alla linea del capo era spesso dettata da ragioni di appartenenza a qualche cordata, se non di personale convenienza.
Ora che Bersani non è più il capo, la sua leadership sfumata fatica persino a guadagnare il rispetto di chi fino a ieri lo sosteneva. All'inizio è stata la ex portavoce Alessandra Moretti, poi molti altri hanno seguito...
Si dice saltino sul carro del vincitore e al "vincitore" ne danno la colpa. Ma non è così. Il Pd di Bersani era un partito del leader. Solo, lo era in un modo molto diverso - e peggiore - di quanto avvenga in tutti i partiti del mondo: una specie di Democrazia Cristiana, balcanizzata in cento correnti, ma con un segretario preteso ineffabile, da Partito Comunista. 
La parte più triste, in questo patetico crepuscolo, è che ancora diano ad altri dei "democristiani". Manco fossimo nel 1989.

lunedì 2 settembre 2013

I "renziani"

Hey, magari mi sbaglio, ma Matteo Renzi ne ha per tutti: sì, per il correntone bersaniano e le sue sotto-correnti a lungo raccolte intorno al “caminetto”, ma non credo si fermi qui. Me lo conferma l’ironia con cui ha parlato dei “renziani” (una malattia, essere “renziano”…).
Ad alcuni non piacerà, ma alla fine è ciò che dico da fin troppo tempo: la battaglia di Renzi per il rinnovamento non è una “normale” conta interna al Pd. Matteo non vince “facendo le tessere”, attirando gli iscritti, raccogliendo gruppi dirigenti in giro per l’Italia. Matteo vince per il sostegno che può – e deve – raccogliere nella società italiana. Per il progetto che propone agli Italiani, non per il numero di segretari provinciali che riesce a portare dalla sua. O a far eleggere.
La sua sfida, sin dall’inizio è stata questa. E ha finora resistito – grazie al cielo – a ogni pressione, sia a quelle provenienti dagli avversari interni, sia a quelle di chi aveva fretta di consolidare la presenza “renziana” (la malattia…) nelle federazioni e nei circoli. Non si è “normalizzata” nella consueta battaglia interna, mantenendo la freschezza e la forza di una proposta fatta direttamente agli elettori del Pd e agli Italiani.
Nei mesi scorsi abbiamo discusso a lungo di come organizzare il lavoro a sostegno di Matteo. Alcuni – di fronte alla possibilità di una radicale chiusura del Partito – proponevano semplicemente di iscrivere i sostenitori e di portare la sfida nei congressi di circolo. Quella ipotesi si è presto scontrata con la realtà: ben pochi sono disponibili a prendere la tessera, perché la prospettiva di Renzi è strettamente legata alla natura ontologicamente (lo ha detto anche lui, posso continuare a usare questa parola…) aperta del Pd. La portata autenticamente rivoluzionaria della proposta di Matteo, il cambiamento radicale di prospettiva e di atteggiamento, possono vivere solo nella massima apertura, muoiono nelle liturgie e nei giochetti di potere dei soliti gruppi dirigenti. Matteo questo lo ha capito e agisce di conseguenza. Punto.
Il che porta con sé alcune conseguenze. Le quali, appunto, non a tutti piaceranno. Per farla breve: non ci saranno assessorati garantiti per i “renziani”, non si entrerà in un consiglio di amministrazione in “quota Renzi”, nessuno diventerà sindaco perché è “renziano”. O meglio, magari lo diventa, ma perché la sua storia e le sue caratteristiche lo fanno somigliare un po’ a Matteo Renzi e la gente lo vota. Non perché qualcuno ha distribuito i posti e quella poltrona lì tocca a uno della “corrente Renzi”. E nessuno, temo, potrà dire “Ok, sono qui da quarant’anni, ma sostengo Renzi: non vado rottamato”. No, non funziona così.
La “corrente di Renzi” non esiste per questa precisa ragione. Questo è ciò che manda in bestia le correnti che esistono davvero. Poiché, banalmente, è una cosa troppo diversa da loro perché possano capirla. Ma questo è anche ciò che piace, di Renzi, a molti che vogliono impegnarsi in politica, senza considerarla una carriera, una professione, un modo per sistemarsi.
Dal mio punto di vista, un motivo in più per sostenerlo.

domenica 1 settembre 2013

Ah, le correnti...

Bersani patisce a sentir parlare di correnti. Dice che Renzi ha la sua, di corrente. 
L'idea di "lotta al correntismo" che vuole contrabbandare Bersani, scommettendo ancora sulla credulità dei nostri militanti, è quella più tradizionale. Direi togliattiana, non fosse ridicolo ogni accostamento: ci siamo noi, che stiamo nel mezzo e siamo il Partito, poi ci sono gli altri, che stanno a destra (amendoliani) e a sinistra (ingraiani). Se "noi" siamo il Partito, "loro" devono essere le correnti. Dovrebbero dire "i deviazionisti" o "i frazionisti", ma almeno di queste parole un po' si vergognano. 
Negli ultimi anni e all'ombra di questa ipocrisia, la corrente cosiddetta "di maggioranza" si è radicata nei territori, si è organizzata, ha selezionato gruppi dirigenti sulla base della fedeltà e dell'appartenenza, ha organizzato il piccolo e grande potere di piccoli e grandi fedelissimi. Quella supercorrente si è articolata in sotto-correnti (franceschiniani, lettiani, fioroniani, d'alemiani, veltroniani, giovani più o meno turchi, bindiani, fassiniani,...), ognuna intesa a favorire l'ascesa dei propri adepti, contrattando spazi e potere intorno al famoso "caminetto"
In effetti, il problema di Bersani non è la supposta esistenza di una corrente renziana o la sua forza organizzata, ma il fatto che le sotto-correnti lo hanno sostenuto finché egli era la garanzia di immutabilità del quadro interno al Pd. E ora lo hanno scaricato. Oggi Bersani conta poco o nulla, non a causa della perfidia o del tradimento renziano, ma perché non serve più ai Fioroni, ai Franceschini, ai D'Alema o ai Letta. 
Se riuscisse a farsene una ragione e a riconoscere le proprie responsabilità in questa deriva correntizia subita dal Pd, sarebbe infinitamente più utile al Partito e a sé stesso: una valida alternativa a questo ruolo da anti-Renzi fuori tempo massimo, in un misto di livore e di patetica impotenza, che davvero non si addice all'ex segretario di un partito importante.

venerdì 30 agosto 2013

Non prendiamoci in giro/2

Avrete letto che, per togliere l'lMU prima casa del 2013, bisogna trovare i soldi. Cioè, quelli per la prima rata ci sono, quelli per la seconda li stanno cercando.
Questo perché ai comuni bisogna restituire ciò che non incassano. Cioè, lo Stato dà ai comuni quello che i cittadini non pagano. Elementare, fino a un certo punto.
Vediamo. Succede che, nel 2012, i comuni avevano l'IMU sulla prima casa, che era fatta così: ognuno paga il 4% della rendita catastale di casa sua, dopo aver tolto 200 euro più altri 50 per ogni figlio a carico. Perfetto: quindi lo Stato rende ai comuni quella roba lì e siamo pari e patta.
Però, succede che i comuni avevano la possibilità di aumentare o ridurre quel 4% del 2%. Cioè, potevano decidere di far pagare tra il 2% e il 6%: se facevano pagare di meno, dovevano trovarsi i soldi, se facevano pagare di più, si tenevano il surplus. Perfetto pure questo.
Ora lo Stato restituirà l'IMU non versata sulle prime case. E qui nasce la questione.
Mi spiego: cosa restituirà lo Stato ai comuni, a ciascun singolo comune?
Lo Stato potrebbe restituire quanto i cittadini avrebbero pagato ad aliquote standard, cioè il 4% meno 200 euro ciascuno meno 50 per ogni figlio a carico. 
Oppure, lo Stato potrebbe restituire, come molti propongono, il "gettito mancante". Cioè quello che i singoli comuni avrebbero incassato, in base alle aliquote deliberate, se l'IMU fosse rimasta. Vale a dire: lo Stato dà di più ai comuni che hanno alzato l'IMU prima casa nel 2012 e di meno a quelli che la hanno diminuita. Quindi, verrebbero premiati i comuni che hanno fatto pagare più tasse ai cittadini. Proprio quella tassa tanto ingiusta e iniqua da essere stata oggi abolita.
Se succedesse questo, sarebbe una presa in giro. Definitiva. 
Ma sono quasi certo che non lo faranno, perché costa meno la prima ipotesi e perché non sarebbe un buon modo di iniziare la nuova stagione federalista, quello di premiare chi ha aumentato le tasse a scapito di chi le ha abbassate. O no?
Vabbé, si accettano scommesse...

giovedì 29 agosto 2013

Non prendiamoci in giro

Almeno non prendiamoci in giro. Lasciamolo fare ad Alfano, che ridacchi pure sulla sua“mission accoplished”, ma tra di noi diciamoci la verità.

Dunque, abolita l’IMU sulle abitazioni principali, verrà creata dal 2014 la Service Tax. Sarà una tassa comunale, assorbirà IMU e Tares (cioè la vecchia tassa rifiuti) e dovrà garantire il funzionamento dei comuni, a parità di altre condizioni.

Le altre condizioni che restano immutate sono, in breve, le seguenti:

1.       La manovra “IMU ai comuni”decisa sul finire del 2012 ha prodotto, insieme ai tagli già inseriti nelle finanziarie precedenti, un nuovo taglio delle risorse per i comuni. Roba da centinaia di migliaia di euro o forse milioni, già per comuni di media dimensione. Quelle risorse in meno devono essere trovate nei bilanci comunali, che infatti non si sa come chiudere. E la cui scadenza è infatti slittata – per ora – a fine settembre.

2.       La Tares, nel sostituire la vecchia tassa rifiuti, contiene già un aggravio di 30 centesimi al metro quadrato, che non va nelle casse dei comuni. Quindi, il prelievo è già più alto, per quella quota, rispetto al 2012. Questo tralasciando gli aspetti finanziari e di cassa, visto che tutto il dovuto per il 2013 deve essere pagato prima di dicembre, mentre la tassa rifiuti si pagava con rate che arrivavano a maggio dell’anno successivo. Dunque, si paga di più e in anticipo.

La nuova tassa per i servizi dovrà garantire, per ogni comune, un gettito pari al totale della vecchia IMU (prime case e tutto il resto) più il totale della Tares (tassa rifiuti e addizionale) più quello che, nel giochino fatto a fine 2012, manca oggi all’equilibrio dei bilanci. Come questo possa tradursi in esborsi più bassi per i contribuenti è un mistero.

Di più – e qualcuno comincia subito ad accorgersene – se si paga per i servizi comunali, non in base al patrimonio posseduto, ci saranno effetti “redistributivi”del carico fiscale tutti da valutare.

Guardate che questa roba qui era già vera per la tassa rifiuti. Sulla quale, la retorica ambientalista del “chi più sporca, paghi di più” su cui si basava la spinta – alla quale, per tutta la vita, mi vanterò di avere resistito – per passare dalla “tassa” alla “tariffa” avrebbe prodotto effetti disastrosi sulle famiglie. Se devo pagare in base ai rifiuti che produco, quando vivo da single in una casa di 100 metri quadrati devo pagare un quarto o anche meno di una madre sola con tre figli piccoli che vive in un bilocale. Più in generale, il carico dovrebbe spostarsi pesantemente dalle imprese alle famiglie. Geniale.

In definitiva andrà così: o la tassa sui servizi avrà una forte (prevalente) componente patrimoniale, nel qual caso l’IMU sulle abitazioni principali ci sarà di nuovo, ma sotto falso nome, oppure davvero la nuova tassa non sarà una patrimoniale e allora a rimetterci (molto) saranno i poveracci, quelli che vivono in affitto, le famiglie numerose.

Ma, persino a prescindere dalla redistribuzione del carico, difficilmente si pagherà di meno. E saranno i comuni e i sindaci a dover trovare le soluzioni. Ammesso che, in un quadro del genere, la prossima primavera si trovi ancora qualcuno disposto a farlo, il mestiere di sindaco, per prendere schiaffi in coro dallo Stato e dai cittadini tartassati.

domenica 25 agosto 2013

Menomale che Silvio c'è

Oggi l'ho letto l'articolo di Eugenio Scalfari, 89 anni, fondatore di Repubblica. L'ho fatto perché mi sentivo un po' in colpa e perché tutti si ostinano a commentarlo, la domenica mattina.
Ho capito questo: che Berlusconi è molto cattivo, un pericolo per la democrazia e per il futuro dell'Italia. Dannazione!
Poi ho capito anche che se il Pd sta tutto bello unito "a difesa dell'interesse generale e dello stato di diritto" magari si riprende i voti che sono andati a Grillo e vince. Cioè, Scalfari non lo scrive che poi si vince, ma speriamo sia solo per scaramanzia che non ne fa cenno. Sennò stiamo freschi, senza nemmeno un po' di wishful thinking.
Comunque, il Pd deve stare tutto bello compatto "contro" Berlusconi, perché stavolta c'è poco da scherzare: in gioco c'è l'Italia. Per la settima volta.
Ora, un elettore un po' sgamato del PdL potrebbe rispondere che le sei volte prima, sarà pure stata in gioco l'Italia, ma non ce la siamo mica giocata. Che i mari continuano a bagnarla e il sole a splendere, magari solo un po' meno in questi giorni di temporali...
Ma sono sottigliezze semantiche. In gioco c'è l'Italia e il Pd, per salvarla s'intende, deve fare la settima campagna elettorale contro "le destre", contro il Caimano, contro il Giaguaro...
Non c'è spazio per nessuna novità, non c'è modo di uscirne. Dobbiamo continuare a legittimare, combattendolo, il ruolo politico e storico dell'avversario di vent'anni. Di aprire una stagione nuova, almeno provarci, non se ne parla neppure: c'è in gioco l'Italia, per la settima volta, non si scherza...
Allo scopo, potremmo magari resuscitare Di Pietro e Ingroia. Richiamare in servizio il popolodeifax e i girotondi, i micromega e le sabineguzzanti, i popoliviola e i senonoraquando. Tutti uniti per la settima volta, come un sol uomo e per un sol mese, "a difesa dello stato di diritto".
L'Italia non morirà di berlusconismo. Ma rischia di morire di questo antiberlusconismo militante e vagamente paraculo. Al quale si addice, più di altre, la massima filosofica "Menomale che Silvio c'è".
Pensare che l'alternativa, quella che serve per aprire una stagione nuova, dicendo e facendo cose nuove, c'è già e si chiama Matteo Renzi.

sabato 24 agosto 2013

Amore mio, non sono scemi

Oggi si discuteva di questa idea bersaniana di andare alle elezioni candidando premier Letta senza primarie. E qualcuno mi ha chiesto: "Ma sono scemi?"
Una sintesi efficace. Purtroppo, amore mio, non sono scemi. Lo fossero, potresti sperare di farglielo capire. Magari con più impegno, spiegandolo tante volte. Solo che non sono scemi: hanno capito benissimo.
Hanno perfettamente compreso che l'unico modo per mantenere la loro presa sul partito, il loro pezzo, piccolo o grande, di potere, il loro ruolo e le loro soddisfazioni è conservare le cose esattamente come sono.
Quindi non deve cambiare nulla: né la guida del Pd, né il candidato premier, né,  soprattutto,  la legge elettorale.
Non fare le primarie per scegliere il candidato premier è l'unico modo sicuro per garantire questo prezioso (per loro, ovvio) stallo. Creare le condizioni per rendere "impossibile" fare le primarie per la scelta del premier (almeno per i tempi cui sono abituati loro), attraverso una fulminea precipitazione degli eventi verso nuove elezioni è l'arma segreta di un apparato tanto più disperato quanto più pericoloso per il futuro del Pd.
Ovviamente, se questa mostruosa linea politica dovesse prevalere, si preparerebbe una nuova drammatica sconfitta. Andremmo verso una vittoria del centro-destra, con Berlusconi che risolve i suoi problemi diventando Presidente della Repubblica. Oppure, che è anche peggio, verso una vittoria di Grillo e Casaleggio.
Questa coazione a ripetere gli stessi tragici errori, portando agli stessi tragici risultati potrebbe essere analizzata come sintomo di un disturbo della personalità. Ma anche sotto l'ombrellone, baloccarsi con la psicoanalisi da un tanto al chilo non serve a molto. Non sono scemi, i bersaniani che vogliono candidare Letta senza primarie. Al contrario, sanno benissimo quello che fanno. Sono - semplicemente e tragicamente - disposti a tutto per non perdere il loro posto al sole, il loro seggio, il loro stipendio.
Anche a far fuori l'unico candidato che ci farebbe vincere: Matteo Renzi. Perfino a veder vincere Berlusconi e a vederlo assurgere, da delinquente, a padre della della Patria.
Tutto, purché il Pd resti nelle loro disastrose mani. Tutto purché ci sia un posto in Parlamento per loro, per i più fedeli.
Anche perché, se  non c'è tempo per organizzare le primarie per il premier, vuoi che questo tempo ci sia per farle - magari vere e aperte - per i parlamentari? E allora che Dio benedica il porcellum e Letta, la corsa alle urne e il giaguaro non smacchiato. 
No, non sono scemi. Sono scemi quelli che ancora gli vanno dietro.

venerdì 9 agosto 2013

Niente da capire

Io le conosco quelle riunioni lì. Conosco quelle serate o pomeriggi, convocati nei momenti più improbabili con quel senso di - definitiva, dunque irrinunciabile - urgenza. Riunioni a inizio agosto o all'antivigilia di Natale. Riunioni la sera di pasquetta o qualche domenica mattina di primavera. Riunioni la sera della finale dei mondiali, per dire.
Ci sono cose fondamentali da decidere e non si può proprio rimandare, che anzi abbiamo già rimandato fin troppo.
Lo so come finiscono quelle riunioni, dove la gente perbene corre visto che è importante. Ma intanto si dice che la prossima volta, col cavolo che darà la disponibilità per stare in quel direttivo, in quel coordinamento, in quella assemblea. Che la gente normale, anche quando si iscrive a un partito, continua ad avere altro da fare. E a riposare in agosto, la domenica, a guardare le partite. 
Le conosco quelle riunioni, che ne fai due e ti ritrovi soltanto con quelli che di politica ci vivono. E pensi che, forse, lo fanno apposta.
Conosco quelle riunioni dove la relazione non dice niente. E su quel niente parte il dibattito. E tutti parlano, perché l'argomento è importante e vuoi mica non intervenire. E tutti parlano, ma nessuno dice niente. Soprattutto, nessuno dice qualcosa sul motivo della riunione: resta lì a mezz'aria, che tutti lo sanno ma nessuno dice niente. Avrebbero voglia di dire qualcosa "i nuovi", magari alzarsi e gridare "di cosa cazzo state parlando? Ma la finite?" Ma quelli, che non sono scemi, se ne sono già andati da un pezzo: a godersi l'agosto o la domenica. O a guardare la partita.
Questo meccanismo - altro che apparato, regole o centralismo democratico... - tiene in vita gruppi dirigenti dei quali un qualunque partito normale - figuriamoci un partito "democratico" per ontologica apertura al coinvolgimento diretto dei suoi elettori nelle decisioni... - si sarebbe già liberato da un pezzo.
Sono quelle riunioni, fatte di linguaggi per iniziati, sottintesi, ammiccamenti e battute, ad allontanare la gente normale dalla politica. Dalla nostra politica e dal nostro partito.
La gente normale che non capisce, né mai capirà come si possa giocare questa stupida partita a fottere l'unico che può farci vincere. 
La gente normale che non capisce, né mai capirà come si possa convocare una riunione l'8 agosto per decidere la data di un congresso e poi non deciderla.
La gente normale che non capisce e non capirà mai. Semplicemente, perché non c'è niente da capire.

domenica 28 luglio 2013

La signora Maria

L'Italia Viva è la signora Maria, incontrata nella sala d'aspetto (senza aria condizionata) della stazione di Grosseto. La signora Maria che, in venti minuti, ti racconta la storia sua, che è storia d'Italia.
È nata in Puglia, la signora Maria, con quattro sorelle e un padre morto in guerra. Parte per Roma e si sposa. Muore il marito e la lascia sola, con una figlia piccola.
Ci sono tanti pugliesi a Milano e qualcuno le dice che lì, per chi ha voglia di lavorare, c'è di che vivere.
Parte per Milano, la signora Maria, a fare la baby-sitter.... ma la seconda volta dice "bambinaia". C'erano delle agenzie - serissime - per le bambinaie. E lei va a lavorare da una contessa: al mattino da lei e al pomeriggio dal fratello. Le danno 140.000 lire ciascuno, che "nel '71-'72 sono soldi..."
Poi assumono in banca, donne delle pulizie, ma solo per cinque ore al giorno. E allora la signora Maria va a fare le pulizie in banca, ma continua anche a fare la bambinaia e poi va tre ore al giorno nel grattacielo Pirelli, al self service, a servire i piatti.
Si compera la casa, la signora Maria: piccola, ma la mette a posto bene. E la paga in contanti.
È arrabbiata con l'Euro, la signora Maria, e coi politici: perché lei prende 1005 euro al mese di pensione e loro guadagnano un sacco di soldi. Ma poi si preoccupa e mi chiede che lavoro faccio io. E le rispondo col mio lavoro, quello vero, e che non mi lamento. 
Ma soprattutto, è preoccupata per le due nipoti, la signora Maria, mentre va al mare a Cerveteri da un'amica: studiano e sono brave, ma ha paura che dovranno andarsene "negli Stati Uniti d'America, come tutti quei dottori che diceva il giornale".
Ma alla fine ci spera ancora, la signora Maria: perché a Milano, per chi ha voglia, il lavoro c'è sempre e perché "voi giovani siete bravi".
E mi saluta, la signora Maria, dicendomi che a Milano fa caldo di giorno, ma di non preoccuparmi che la sera è ventilato. Io non ci credo, ma poi mi fa gli auguri, per quell'unica cosa che sono riuscito a raccontarle di me. Ma credo le basti per guardare ancora, con speranza, alla storia nostra.
Buon Viaggio, signora Maria.

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